HIBAPRESS – Abdellatif Baraka. La questione portata davanti alla Corte d'Appello di Casablanca, relativa all'avvocato Mohamed Chamsi, ha suscitato un ampio dibattito negli ambienti legali e dei diritti umani, dopo essere stato perseguito per un post pubblicato sulla sua pagina Facebook, in cui si interrogava sul destino delle denunce presentate a favore dei suoi clienti.
La questione, in apparenza, sembra semplice: un avvocato che svolge il suo ruolo nel seguire i fascicoli dei suoi clienti e pone domande sul loro destino dopo che sono stati ritardati o resi oscuri, ma i suoi sviluppi hanno rivelato un problema più profondo relativo ai limiti dell'espressione professionale all'interno del sistema giudiziario e al modo in cui domande legittime possono trasformarsi in oggetto di procedimento. Dal punto di vista professionale, si presume che l'avvocato sia un collegamento tra il ricorrente e le istituzioni giudiziarie e che supervisioni il monitoraggio delle procedure e garantisca i diritti dei suoi clienti, incluso l'indagine sul destino di denunce e fascicoli. In questo contesto, molti professionisti ritengono che ciò che Mohamed Chamsi ha fatto rientri nel cuore delle sue funzioni, soprattutto se si dimostra che ha esaurito i canali amministrativi e istituzionali usuali senza ottenere risposte chiare. Tuttavia, il problema si pone quando queste domande vengono trasferite nello spazio pubblico, in particolare attraverso i social media. La legge che disciplina la professione forense, come nel caso di numerose professioni giudiziarie, impone restrizioni relative al dovere di riservatezza e al rispetto delle istituzioni giudiziarie, che è ciò su cui si basa in tali procedimenti. E qui sorge la domanda essenziale: porre domande generali sul corso dei reclami costituisce una violazione del dovere di riservatezza, oppure rientra nella libertà di espressione associata alla difesa degli interessi dei clienti? Notevole in questo caso è che la decisione di archiviare il reclamo da parte del sindacato, considerando che le azioni non richiedono un'azione disciplinare, non ha posto fine al dibattito, dopo essere stata contestata e aver ripresentato il fascicolo davanti alla magistratura. Il che riflette l'esistenza di una divergenza di valutazione tra gli organi professionali e l'autorità giudiziaria in merito alla natura delle azioni e dei loro limiti. L'annuncio da parte di un gran numero di avvocati del loro sostegno al loro collega ha aumentato l'intensità della discussione, in una mossa che è stata considerata un'espressione di timore professionale per la possibilità di restringere il margine di iniziativa dell'avvocato nel monitorare i fascicoli dei suoi clienti, soprattutto quando si tratta di criticare la lentezza o l'ambiguità delle procedure. Al contrario, un'altra tendenza ritiene che ricorrere alle piattaforme digitali per sollevare questioni relative all'amministrazione della giustizia possa aprire la porta a interpretazioni che riguardano l'immagine delle istituzioni, anche se lo scopo è quello di chiedere chiarimenti, il che, secondo questa opinione, richiede maggiore cautela e adesione ai canali ufficiali. La questione, in profondità, non riguarda solo un post su Facebook, ma pone una domanda più ampia su un delicato equilibrio: come può l'avvocato difendere i diritti dei suoi clienti con trasparenza e audacia, senza essere accusato di superare i limiti della professione? Dove finiscono i doveri di riservatezza e dove inizia la responsabilità di richiamare l'attenzione sulle disfunzioni? In attesa di ciò che la corte deciderà, sembra che il fascicolo di Mohamed Chamsi si sia trasformato in uno specchio che riflette problemi più ampi all'interno del sistema giudiziario, relativi alla comunicazione, alla trasparenza e ai limiti della critica professionale nell'era digitale.





