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Dopo la visita di Trump a Pechino… l’Iran nel mirino dell’escalation

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Nota: questa notizia è stata tradotta automatically e potrebbe contenere alcuni errori linguistici.

HIBAPRESS – Abdellatif Baraka

Subito dopo la conclusione della sua visita ufficiale in Cina, Donald Trump ha ripreso a inviare messaggi duri a Teheran, il più importante dei quali era un chiaro avvertimento che "niente resterà dell'Iran" se non farà concessioni tangibili.

Questa rapida escalation ha riportato il dossier iraniano in primo piano della tensione internazionale, collegandolo direttamente ai risultati dell'incontro con Xi Jinping, che a sua volta sembrava desideroso di mantenere l'equilibrio senza essere trascinato in un confronto aperto. Queste dichiarazioni non sono arrivate nel vuoto, ma riflettono la natura della fase che attraversano le relazioni sino-americane, dove il dossier iraniano non è più una semplice questione regionale, ma si è trasformato in una carta di pressione reciproca all'interno di una lotta più ampia per l'influenza globale. Washington, sotto la guida di Trump, cerca di imporre una nuova equazione basata sulla massima pressione, mentre Pechino cerca di gestire questa pressione senza perdere un importante partner strategico in una regione sensibile. In sostanza, questa scena rivela una chiara divergenza di visione, l'amministrazione americana ritiene che sia giunto il momento decisivo per esercitare una forte pressione sull'Iran, sfruttando gli strumenti delle sanzioni e delle minacce, e persino il linguaggio dell'escalation diretta. In cambio, la Cina adotta un approccio più cauto, basato sulla protezione dei suoi interessi economici, e della sua geografia politica dal dossier "Taiwan" e riducendo il sostegno americano ad essa, in cambio la Cina concede all'America spazio per esercitare pressione su Teheran, mantenendo il ruolo di Pechino presente per evitare qualsiasi esplosione che possa sconvolgere la stabilità dei mercati energetici globali. Nonostante questa divergenza, non si può escludere l'esistenza di un accordo non dichiarato tra le due parti per mantenere l'escalation entro limiti calcolati. La Cina, pur rifiutando la politica della massima pressione, si rende conto allo stesso tempo che uno scatenamento della situazione potrebbe danneggiare i suoi interessi, il che la porta a giocare il ruolo di "valvola di sicurezza" che attenua le tensioni senza scontrarsi direttamente con Washington. Ma la cosa più pericolosa nella scena è la possibilità che le cose scivolino verso un'escalation indiretta, in cui l'Iran diventa un campo di prova per il potere tra i due poli. Più Washington aumenta le sue pressioni, più Pechino potrebbe trovarsi costretta a rafforzare il suo sostegno economico a Teheran, il che potrebbe aprire la porta a un confronto multidimensionale, che va oltre i confini della diplomazia a scommesse strategiche più ampie. Alla fine, non sembra che l'incontro di Pechino abbia prodotto soluzioni quanto piuttosto riorganizzato le carte del conflitto. Le infuocate dichiarazioni di Trump dopo la visita confermano che la fase della "concorrenza gestita" continua, e che l'Iran rimarrà al centro di questa equazione, tra le crescenti pressioni americane e i calcoli cinesi precisi. È un momento di fragile equilibrio, che può durare temporaneamente, ma rimane aperto a tutte le possibilità.